Beethoven, punto di arrivo e di partenza

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Due concerti ravvicinati delle principali istituzioni musicali romane hanno fatto di Beethoven una sorta di centro di gravità per la musica successiva, con due percorsi in direzione opposta: all’Opera, si è partiti da Schnittke, attraverso Schönberg e Wagner per arrivare alla Settima Sinfonia del gigante di Bonn; a Santa Cecilia, prese le mosse dalla Prima Sinfonia di Beethoven per arrivare a un altro compositore del Novecento, Shostakovich. Un viaggio indietro e avanti nel tempo, quasi che Beethoven fosse l’alfa e l’omega della musica.

(foto Musacchio & Ianniello, Accademia Nazionale di S. Cecilia)

I debutti sinfonici di due giovani compositori
Sul podio dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Juraj Valčuha si è cimentato con le sinfonie d’esordio di Beethoven e di Shostakovich. Scritte rispettivamente alla vigilia dei 30 anni e ad appena 19, mostrano già tutto lo spessore degli autori. Il direttore slovacco – già a capo dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e ora direttore musicale del San Carlo di Napoli – ha guidato con il suo gesto ampio la compagine romana, aiutandosi anche con i movimenti delle spalle e di tutto il corpo in generale.

Juraj Valčuha (foto Musacchio & Ianniello)

Valčuha è stato allievo del grande didatta russo Ilya Musin, dal quale ha appreso suddivisioni chiare ed efficaci e un modo immediato di comunicare l’espressione. L’orchestra lo ha seguito con grande devozione, con tutte le prime parti in evidenza. Nella sinfonia di Shostakovich, in pieno stile Novecento, ha una parte anche il pianoforte, oltre a un folto numero di percussioni. E c’è già tutto il futuro stile del compositore russo, dalle sue esplosioni bandistiche alle effusioni liriche. Gli strumentisti di Santa Cecilia sono abituati a questo repertorio, fornendo una prestazione di livello, come ormai da tradizione consolidata.

Carlo Maria Parazzoli, Gabriele Geminiani ed Enrico Pace (foto Musacchio & Ianniello)

In mezzo alle due sinfonie, il Triplo concerto di Beethoven, che nelle parti solistiche contava sul violino di Carlo Maria Parazzoli, sul violoncello di Gabriele Geminiani (entrambi prime parti di Santa Cecilia) e sul pianoforte di Enrico Pace. Ne è venuta fuori un’interpretazione molto fresca e vivace, con un buon affiatamento nel dialogo tra i solisti (con qualche imprecisione del violoncello, almeno nella serata di venerdì). Valčuha ha fatto vibrare l’orchestra nello stesso spirito di gioco musicale per una delle partiture più immediatamente godibili di Beethoven.

(foto Musacchio & Ianniello)

A ritroso verso “l’apoteosi della danza”
Conclusi i concerti sinfonici del Teatro dell’Opera di Roma, una ministagione molto interessante, proposta tra l’altro a un prezzo decisamente invitante, 20 euro in tutti i settori. Ogni appuntamento viene introdotto dal critico musicale Stefano Catucci, che in modo sintetico e chiaro introduce il programma. In questo caso si arriva a Beethoven a ritroso, partendo addirittura da un brano di Schnittke del 1972.

(foto Yasuko Kageyama / Teatro dell’Opera di Roma)

I concerti, infatti, sono sempre aperti da un brano per le voci femminili del Coro istruito da Roberto Gabbiani. Le coriste si dispongono lungo i lati della platea, mentre il maestro le dirige dal centro. Molto suggestivo questo Voci della natura (Stimmen der Natur) del compositore russo, cantato prevalentemente a bocca chiusa, in cui a un certo punto le voci dei soprani suonano quasi come violini.

(foto Yasuko Kageyama / Teatro dell’Opera di Roma)

A guidare l’Orchestra del Teatro dell’Opera è stato chiamato il direttore tedesco Lothar Koenigs. Primo brano la seconda Sinfonia da camera di Schönberg, opera dalla lunga gestazione: iniziata nel 1906, fu terminata nel 1939. Articolata in due movimenti: Adagio e Con fuoco – Lento, segna il parziale ritorno del compositore austriaco alla tonalità, peraltro universo mai totalmente abbandonato. È un ascolto impegnativo ma neppure troppo: ci si può abbandonare a seguire i “temi” proposti, quasi dimenticando che siamo al cospetto del padre della dodecafonia (ricordo lo sconcerto di un’amica nell’assistere all’esecuzione del Concerto per violino dello stesso Schönberg). Koenigs ha cesellato un’esecuzione molto attenta ai particolari, prendendo per mano gli orchestrali e il pubblico in un viaggio davvero interessante.

Rachel Nicholls (foto Yasuko Kageyama / Teatro dell’Opera di Roma)

La prima parte del concerto era chiusa dai Wesendonck-Lieder di Wagner, affidati alla voce di Rachel Nicholls, già ascoltata nello stesso teatro nel ruolo wagneriano di Isotta nell’inaugurazione della stagione 2016-2017. Il soprano britannico ha una voce abbastanza grande e molto solida nel registro grave che la rende particolarmente adatta a questo repertorio. Un ascoltatore tedesco seduto accanto a me in platea ha avanzato molte riserve sulla pronuncia tedesca della Nicholls.
In questa raccolta di Lieder, musicati su testi di Mathilde Wesendonck, moglie del ricco uomo d’affari di Zurigo che ospitò il musicista fuggito dalla Germania dopo i moti di Dresda del 1949, ci sono anticipazioni proprio del Tristan und Isolde, soprattutto nel terzo e ne quinto, Im Treibhaus (Nella serra) e Träume (Sogni). Gli altri si intitolano Der Engel (L’angelo), Stehe still! (Rimani in silenzio!), Schmerzen (Dolori). Senza indulgere nel pettegolezzo, Wagner aveva l’abitudine di stringere “amicizia” con le mogli dei suoi benefattori, come dimostra il matrimonio con Cosima Liszt, già signora von Bülow.

Dopo il padre del superamento della tonalità e dopo colui che ha inferto la ferita mortale al sistema tonale tradizionale, è giunto il momento di quella che proprio Wagner, che amava dirigerla, ha battezzato “l’apoteosi della danza”. Il ritmo è protagonista della Settima di Beethoven, costruzione sinfonica mirabolante che è difficile ascoltare restando seduti. Koenigs ha diretto con buon piglio, forse con dinamiche un po’ piatte, sbalzando poco i passaggi dal forte al piano e viceversa, come esigerebbe un’esecuzione più vivace. I primi movimenti sono scorsi in modo felice, ma nel finale trascinante l’orchestra è apparsa un po’ stanca. Comunque in evidenza il primo flauto e in generale i legni, soprattutto nel trio del terzo movimento. Buon successo di pubblico, con larga presenza di stranieri.

Lothar Koenigs (foto Yasuko Kageyama / Teatro dell’Opera di Roma)


Giovedì 17 maggio 2018
Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra e Coro di voci femminili del Teatro dell’Opera di Roma
Lothar Koenigs direttore
Roberto Gabbiani direttore del Coro
Rachel Nicholls soprano
Schnittke Stimmen der Natur
Schönberg Kammersymphonie n.2
Wagner Wesendonck-Lieder
Beethoven Sinfonia n.7

Venerdì 18 maggio 2018
Auditorium Parco della Musica – Roma
Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Juraj Valčuha direttore
Carlo Maria Parazzoli violino
Gabriele Geminiani violoncello
Enrico Pace pianoforte
Beethoven Sinfonia n. 1
Beethoven Triplo Concerto
Shostakovich Sinfonia n. 1

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