Novecento: sinfonico, cameristico e operistico (da camera)

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Quanti Novecento?
Due concerti romani ravvicinati hanno offerto un’occasione per riflettere sulla musica del Novecento. Lungo o breve, quello che si siamo lasciati alle spalle è stato un secolo plurale in tutte le arti, inclusa la musica. Per dirla in modo semplice e forse semplicistico, nel Novecento si è composto (e ascoltato) tutto e il contrario di tutto. Come nella pittura, arte figurativa, è nata la pittura astratta, nella musica, arte dell’armonia, è stata ideata la atonalità (più esatto sarebbe parlare di musica seriale). Ma queste svolte non hanno imposto un canone unico. Schönberg (ne abbiamo parlato tempo fa) ha fatto in tempo a essere dichiarato morto (o forse ucciso dall’avanguardia) ma non è stato sepolto, e forse molti che sono venuti dopo di lui non stanno tanto bene…
Questo Novecento plurale è emerso nella stagione di Santa Cecilia e in quella della Filarmonica Romana.

Un russo di Russia e un italiano che ci ha studiato
All’Auditorium, Gianandrea Noseda ha proposto il Concerto gregoriano per violino e orchestra di Ottorino Respighi e la Prima Sinfonia di Aleksandr Skrjabin. Il debutto sinfonico del compositore russo è proprio dell’inizio del secolo. Si tratta di un lavoro complesso, articolato in sei movimenti, con intervento del coro e di due solisti nell’ultimo. Tardoromantico e preespressionista, mistico e simbolista, Skrjabin è uno Schönberg che si è fermato a Mahler. Questa sua Prima Sinfonia annuncia una produzione orchestrale che andrà sempre più nel segno della dilatazione delle forme e nella messa in discussione della tonalità. Noseda, studi in Russia con Valerij Gergiev, ha trascinato l’Orchestra e il Coro di Santa Cecilia in un’interpretazione intensa, ben assecondato dalle voci del mezzosoprano Anna Maria Chiuri e del tenore Sergey Radchenko. Il direttore milanese non ha un gesto particolarmente espressivo, usando in modo speculare le due braccia, ma riesce a comunicare le sue intenzioni all’orchestra con i movimenti del corpo, accompagnati a volte da mugolii evitabili.
Non solo Noseda ha studiato a San Pietroburgo… Anche Respighi c’era andato ad apprendere l’arte dell’orchestrazione da Nikolaj Rimskij-Korsakov.

Del 1921, il Concerto gregoriano riprende forme medievali che avevano attirato l’attenzione del compositore, anche musicologo e didatta (insegnò composizione al Conservatorio di Santa Cecilia). Solista Sayaka Shoji, molto legata all’Italia: ha vissuto a Siena da bambina, ha frequentato poi i corsi dell’Accademia Chigiana, ha vinto il Concorso Paganini nel 1999, suona lo Stradivari “Récamier” del 1729. La violinista giapponese appariva ancor più minuta accanto a Noseda, discretamente alto. L’esecuzione è stata molto brillante, estesa dalla Shoji con la “Sarabanda” dalla Partita n.2 di Bach come bis.

Sempre russi…
Novecento da camera e operistico nella stagione della Filarmonica Romana al Teatro Argentina. Protagonista anche qui un russo: Igor Fëdorovič Stravinskij. Visto che all’inizio abbiamo osato un parallelo tra musica e pittura, togliamoci il pensiero con un luogo comune: Stravinskij è stato il Picasso della musica. Il concerto si è aperto e chiuso con sue composizioni. In mezzo due italiani: Goffredo Petrassi e Marcello Panni. Del primo, il violinista Marco Serino ha eseguito Elogio per un’ombra, del 1971 e dedicato ad Alfredo Casella, come Respighi esponente della “generazione dell’Ottanta” (dell’Ottocento…); il brano è molto arduo da un punto di vista tecnico, con la mano sinistra impegnata anche a pizzicare le corde; l’ascolto, soprattutto il primo, non è dei più facili, ma si tratta comunque di un pezzo interessante. Del compositore romano, presente in sala e salito sul palco a ricevere gli applausi, in programma tre pezzi raccolti sotto il titolo La terra del rimorso (2013), parte del ciclo Popsongs; direttore per qualche tempo dell’Orchestra Tito Schipa di Lecce, Panni attinge al folklore salentino e ci regala una “Taranta indiavolata”, un “Canto d’amore” e una “Pizzica di Cosimino”, impreziosita dal tour de force alla tamorra di Sandro Pippa. I tre brani sono affidati a un organico di sette solisti proprio in omaggio al complesso che esegue l’Histoire du Soldat di Stravinskij, che costituiva – in forma di concerto – il clou della serata.

L’opera da camera del 1918 del compositore russo prevede infatti clarinetto, fagotto, tromba, trombone, violino, contrabbasso e percussioni, qui ben onorati dall’Ensemble Roma Sinfonietta. Come voce recitante uno scatenato Peppe Servillo, che ha adattato in italiano-campano il testo francese di Charles-Ferdinand Ramuz. Peripezie di uno soldato che cede il suo violino al diavolo in cambio di un libro che contiene risposte a tutte le domande (la fonte è una raccolta di fiabe russe di Aleksandr Nikolaevič Afanasev), la vicenda viene trasposta dalle parti di Caserta, conservando tutto il suo carattere grottesco e in fondo tragico: buffo Faust moderno, il soldato Peppe (Joseph nell’originale) perde la sua partita col diavolo, che se lo porta via al ritmo delle percussioni nella conclusiva Marche triomphale du diable. Bravissimi i musicisti dell’Ensamble. La serata era cominciata con Luca Cipriano nei Tre pezzi per clarinetto solo di Stravinskij, del 1919. Sempre Russia.

Venerdì 2 marzo 2018, ore 20.30
Auditorium Parco della Musica
Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Gianandrea Noseda direttore
Sayaka Shoji violino
Anna Maria Chiuri mezzosoprano
Sergey Radchenko tenore
Respighi Concerto Gregoriano, per violino e orchestra
Skrjabin Sinfonia n. 1

Giovedì 8 marzo
Teatro Argentina, Roma
Ensemble Roma Sinfonietta
Fabio Maestri direttore
Peppe Servillo voce narrante
Stravinskij Tre pezzi per clarinetto solo
Petrassi Elogio per un’ombra per violino solo
Panni La terra del rimorso, dai Popsongs per un ensemble di sette solisti
Stravinskij Histoire du Soldat

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