La musica da camera

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Alessandro Carbonare e Monaldo Braconi (Accademia di Santa Cecilia)

Clarinetto e pianoforte

Dici musica da camera e sembra di aver detto tutto. Due concerti ravvicinati fanno capire come ogni definizione sia riduttiva. Sempre con pianoforte, uno prevedeva il clarinetto, l’altro il violoncello come strumento coprotagonista. Andiamo in ordine cronologico.
Per le Domenica in musica, Alessandro Carbonare al clarinetto e Monaldo Braconi al pianoforte hanno dato vita a un autentico show nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica. Ben assortito il duo: funambolico ed estroverso il primo clarinetto dell’Orchestra di Santa Cecilia, più posato ma non meno eclettico il pianista romano. Il programma è stato condito dalla presentazione di ogni brano da parte degli interpreti (più il primo che il secondo…).

Prima proposta le Danze rumene di Béla Bartók, nate per pianoforte e poi anche orchestrate, qui in versione per clarinetto e pianoforte. Curiosità: la prima di queste Danze del compositore ungherese era la sigla di Grand’Italia di Maurizio Costanzo, su Rai Uno nella stagione 1979-1980. È stato poi il momento del virtuosismo, con due brani di altrettanti compositori palermitani. Le api, studio caratteristico di Antonio Pasculli (1842-1924), vero e proprio tour de force per Carbonare, che ha suonato facendo ricorso alla respirazione circolare, ovvero all’emissione di suono senza soluzione di continuità, usando la bocca come riserva d’aria da emettere mentre si respira col naso, una tecnica da lui attribuita ai suonatori sardi di launeddas. Mentre Carbonare riprendeva fiato, Braconi si è scatenato nell’Ostinato, dalla Sonata n. 3 per pianoforte op. 115, di Franco Mannino (1924-2005). Ricostituito il duo, si è passati alla Sonata per clarinetto e pianoforte di Leonard Bernstein, autore a cui Carbonare aveva già reso omaggio con Prelude, Fugue and Riffs, nel corso della prima di due serate dedicate alla sinfonie del compositore e direttore d’orchestra americano, in occasione del centenario della nascita. Nel segno dell’eclettismo il medley di brani di Frank Zappa intitolato Fz for Alex. In chiusura, musica klezmer con Sholom Aleikhem Rov Feidmann, di Béla Kovács, clarinettista ungherese classe 1937. Come bis, una “minisuite” dalla Carmen di Bizet, culminata con Braconi che pezzo a pezzo smontava il clarinetto di Carbonare, che ha continuato a suonare ugualmente.

Sol Gabetta, Filarmonica Romana (Marco Borggreve)

Violoncello e pianoforte

Più da salotto che da camera i Fünf Stücke im Volkston di Robert Schumann, con cui Sol Gabetta e Bertrand Chamayou hanno aperto la loro performance al Teatro Argentina per la stagione della Filarmonica Romana. La violoncellista argentina, classe 1981, è una beniamina del pubblico italiano. Il pianista francese, anche lui del 1981, allievo di Maria Curcio a Londra, si sta facendo un nome come interprete di Chopin, Liszt e gli immancabili compatrioti Debussy e Ravel. Dopo l’apertura con un pezzo “leggero”, in cui il pianoforte ha un ruolo soprattutto di accompagnamento, I due musicisti hanno proposto una composizione di altra tessitura: la Sonata in do maggiore di Benjamin Britten, in cui il violoncello è molto impegnato con le note più gravi. Qui Sol Gabetta ha fatto sfoggio di tutta la sua padronanza dello strumento (nello specifico, un Guadagnini del 1759). Composta dal musicista inglese nel 1961, la Sonata è stata scritta per Mstislav Rostropovich, che la eseguì per la prima volta con l’autore al pianoforte. I due strumenti dialogano su un piano di parità, costruendo un discorso sonoro a volte aspro, come tipico delle sonorità di Britten.

Bertrand Chamayou, Filarmonica Romana (Marco Borggreve)

Di vasto respiro anche la Sonata in sol maggiore di Fryderyk Chopin, uno dei pochi lavori non esclusivamente per pianoforte del compositore polacco. I due musicisti la hanno appena incisa in un album interamente dedicato a Chopin. Gran successo di (non numerosissimo) pubblico. Come bis, due pezzi di Manuel de Falla, nella trascrizione di Paul Kochanski: Nana e Polo dalla Suite populaire espagnole del 1926 (originariamente si tratta di Siete canciones populares españolas per voce e pianoforte).

 

Domenica 25 febbraio 2018, ore 12
Auditorium Parco della Musica, Roma
Alessandro Carbonare clarinetto
Monaldo Braconi pianoforte
Béla Bartók Danze rumene per clarinetto e pianoforte
Antonio Pasculli Le api, studio caratteristico
Franco Mannino Ostinato, dalla Sonata n. 3 per pianoforte op. 115
Leonard Bernstein Sonata per clarinetto e pianoforte
Frank Zappa Fz for Alex
Béla Kovács Sholom Aleikhem Rov Feidmann

Giovedì 1 marzo 2018, ore 21
Teatro Argentina, Roma
Sol Gabetta violoncello
Bertrand Chamayou pianoforte
Schumann Fünf Stücke im Volkston op. 102
Britten Sonata in do maggiore op. 65
Chopin Sonata in sol minore op. 65

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